Di nuovo le nove di sera, di nuovo la Mandolossa, di nuovo “da Frank”. E tuttavia è un altro giorno e un altro presidio. Giovedì sera c’erano il corteo, i cori, i fumogeni e un trecento persone (anche se chi ha partecipato sostiene fossero milleduecento); o meglio, tante persone a commemorare le vittime, e un po’ in corteo con i cori e i fumogeni. Ieri uno spettacolo diverso: un pugno di gente – sembra un centinaio – tranquillità e candele, tante. Una fiaccolata per Frank e Vanna. E per una città che ha paura di pronunciare certe parole.

L’idea del … presidio dopo il presidio viene da due realtà che da anni lavorano sul territorio bresciano nell’ambito dell’antimafia, la Rete Antimafia di Brescia e provincia e il Comitato Antimafia di Brescia “Peppino Impastato”, che con stupore hanno osservato Brescia e i Bresciani non avere la reazione che ci si aspetterebbe da una cittadinanza consapevole dopo un agguato come quello dei coniugi della Mandolossa. “Se lo stesso episodio si fosse verificato in Calabria, o a Napoli, tutti noi subito avremmo pensato alla camorra, alla mafia” spiega Fernando Scarlata del Comitato Peppino Impastato. “Invece è successo a Brescia, e nessuno parla di mafia: si preferisce dare la colpa allo straniero”. Nonostante la dinamica dell’agguato, nonostante le dichiarazioni rese dagli inquirenti – secondo i quali l’omicidio sarebbe stato compiuto da due sicari professionisti – e l’allungarsi dell’ombra dell’usura sulla vicenda, il famigerato nome non l’ha fatto nessuno: non una forza politica, non un giornale. Non, di sicuro, gli organizzatori del presidio del 13 sera, che hanno additato quali colpevoli la “criminalità organizzata straniera”, oltre che le istituzioni.

Vengono portati alla luce, in questi giorni, tanti disagi e tanti cancri – dalla prostituzione allo spaccio ai reati violenti – che affliggono la Leonessa. Ma non il peggiore: una disattenzione, forse un disinteresse, grave. “La mafia tendenzialmente qui non commette omicidi, perché uccidere significa attirare l’attenzione”, osserva Scarlata, “e se ha ucciso stavolta significa che o è successo qualcosa di grosso, o ha capito di poterselo permettere perché sa che la città non risponderà”.

E si tratta certamente di un “se” pesante come un macigno. “Non vogliamo sostituirci agli inquirenti, non sappiamo se l’omicidio è stato compiuto dalla mafia, ma sappiamo che è avvenuto con un metodo mafioso”. Stavolta a parlare è Arthur Cristiano, di Rete Antimafia. “Non significa che sono stati dei mafiosi, ma che è stato un gruppo organizzato, con un determinato modo di agire. E questo ci preoccupa”. Perché? Perché quello di Brescia è già un territorio pesantemente corroso dal fenomeno mafioso – e questo non lo dice un’associazione, ma la Direzione Antimafia di Brescia; lo testimonia il numero di reati di racket e usura, gli oltre 120 beni confiscati alla criminalità organizzata, che portano la nostra provincia al secondo posto dopo Milano nella classifica delle confische nelle province lombarde.

In una città, in un territorio fortemente infiltrato ci si aspetterebbe che l’esecuzione di un gestore e di sua moglie da parte di due sicari in moto e casco integrale, in pieno giorno e a sangue freddo, sia avvertita come un segnale grave. Ci si aspetterebbe, ma non è quello che è successo. Forse è paura, forse è non voglia di parlare di un argomento scomodo, forse è un gap di consapevolezza, ancora troppo debole, circa quanto le mafie siano forti sotto casa nostra. L’idea, ancora troppo diffusa, che quello che chiamiamo “mafia” sia sempre e comunque un cancro esterno, che è sì arrivato al nord e vicino a noi, ma non coinvolga i nostri concittadini: non fa affari con i nostri imprenditori, non è parte di noi. Quando invece sempre più spesso a fare usare io metodo mafioso o a fare affari con i clan sono proprio dei bresciani.  “Vorremmo che la gente reagisse, che si chiedesse il perché di questo omicidio. Non è il primo omicidio con metodo mafioso, e non se ne è mai parlato. Com’è possibile che la mafia sia qui da trent’anni, senza che nessuno se ne sia accorto?”.

Focalizzare un problema grave della città,  smettere di riversare la responsabilità sugli altri: questo il senso di un presidio antimafia in un luogo come la Mandolossa. Queste cose, e tante altre, i due portavoce le dicono ai giornalisti che si sono avvicinati, e poi ai presenti. E il presidio diventa confronto e dibattito tra cittadini, le candele ancora in mano, tante finiranno accanto ai fiori sparsi di fronte alla pizzeria “Da Frank”. Fino alle 23, quando il presidio si scioglie.

In testa all’articolo trovate un frammento della serata, contenente gli interventi dei due portavoce Fernando Scarlata (prima) e Arthur Cristiano (poi). E’ una registrazione “come mamma (cioè io) l’ha fatta”, senza ritocchi. Per capire l’umore della serata.

 

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